
Delirium tremendum
Rododattilo eos, L’aurora dalle dita di rosa.
Guido Guidi ha ragione, gli antichi hanno sempre ragione. L’alba è lo spettacolo per eccellenza. Sempre, da sempre è così, perché porta in se la speme allo stato più puro, più cristallino.
Ma nulla può eguagliare per me lo spettacolo del tramonto, in quanto porta con se e in se le nostalgie più dolci e i ricordi più cari. Ovunque ne godi, che sia in riva al mare o in cime a una collina, la sua prepotenza ti pervade, ti coglie, ti rapisce lasciandoti impietrito. E porta in se e con se le storie più grandi e quelle più semplici, i racconti più belli e quelli più brutti. Così come porta via le speranze oramai appassite (come quei fiori che da troppo tempo sono stati colti e depositati su di una tomba cara) e i sogni realizzati (ma se sono realizzati che sogni erano?). impossibile poi è dimenticarsi il primo tramonto. E già è come il primo …
Ma intanto un altro giorno è passato e rapida aspetta l’alba tra le ore che danzano, che arrivi il suo turno .
È in una di queste albe che ebbi l’infarto più dolce, che la conobbi … e cosa dovevo dirgli, mentre scendeva dal treno con quel passo lieve che solo lei per i miei occhi possiede? Mentre con gli stessi la divoravo?
Zitto rimasi, muto, non risposi nemmeno al suo sorriso. A pensare che di cose da dirgli ne avevo, eccome!
Che lei in un battito d’ali (le sue) mi aveva comprato.
Che lei in un solo istante, aveva distrutto la fortezza dei miei propositi di zitellaggio. Scardinate le mura, divelto i portone e come il vento quando porta via i soffioni, lontano lontano lei aveva portato con se il mio animo colmo di fiele per il mondo, e aveva lasciato il suo colmo dell’amore che già meritava.
Che lei era per me, come quell’aurora, chiara serena, piena.
Che era come Giulietta per il suo Romeo.
Che era il sangue nelle mie vene e l’ossigeno nei miei polmoni.
Che era tutto ciò che una donna rappresenta per me.
E invece nulla.
Volevo dirgli se fosse fuggita con me, nemmeno troppo lontano, in un bar, per farmi raccontare dalle sue labbra dove un tale portento in tutti questi anni si era rintanato oltre che nei miei sogni.
E invece nulla.
Volevo chiedergli in ginocchio se avesse mai preso in considerazione l’idea di un matrimonio con uno sconosciuto, quale io in quell’istante per lei certamente ero.
E invece nulla-
Ma anche, cosa dovevo fargli, quando seduta, su quello stesso treno davanti a me dormiva, dormiva col volto illuminato dal sole nuovo, mentre col capo declinato un poco per aderire meglio alla spalliera blu scopriva il collo bianco? E così facendo lasciava alle labbra della mia Phantasia il compito grato di un eterno succhiotto.
Potevo certo cingergli con le mie mani, avide della sua pelle, tremanti insicure, il suo volto, bellissimo chiaro e incorniciato da quei capelli scuri come la pece e che brillavano al sole come l’acqua del mare in certe notti luccica alla luce incerta di u quarto di luna.
E così avvicinandomi al suo volto e con le labbra golose, Baciarla sulla fronte, sula naso e sulle guance aspettando che siano le sue labbra (quelle lebbra d’amore quelle guance ridenti, mai, mai potrò dimenticarle) e cercare le mie, per il bacio più grande che mai uomo abbia in memoria.
Potevo e desideravo prenderle le mani e chiuderle tra le mie, mentre dormiva e chissà cosa sognava.
Oh dio e se in quell’istante (divino tremore) si fosse svegliata? Meglio! Nel dormiveglia non mi avrebbe risposto di no!
E invece nulla.
Solo …
Scusa hai la cerniera dello zaino aperta, posso chiudertela?
Si, grazie.

