mercoledì 30 dicembre 2009

Intervista




Non hai vergogna per quel che fai?
No, non ho vergogna, anzi vi dirò di più; non è nemmeno colpa mia, è un lavoro come un altro e io ne farei volentieri a meno, preferirei invero solo deporre sulle lapidi nei cimiteri o sulle colline, gigli bianchissimi per alleviare il canto dei morti e le speranze dei vivi, ecco cosa preferirei fare.
È la vostra follia anzi a costringermi ad ogni ora a recidere i fili della vita di creature, creature che amo, che amo come i bambini o i ragazzi che ripeto lasciano le loro case e i loro cari non per colpa mia ma per la vostra follia.
Già è triste vedere sbiadire poco alla volta le persone che si amano e che la danza degli anni, tremenda danza, invecchia ma credetemi io volentieri porterei via solo loro (già quante volte col mio flauto ho accolto i sorrisi sdentati delle anime che a me venivano accompagnate nel loro ultimo viaggio). Loro che non potendo più sopportare il peso della vita, si sentono stanchi e vogliono riposare. Loro che finalmente vedono il loro vascello giungere in porto, e ben felici acconsentono di farsi guidare da me verso una nuova avventura.
Ma se le mine esplodono e uccidono o mutilano i fanciulli, è forse colpa mia? No! e non provate a darmela perché io non perdono chi mi ferisce.
E non è nemmeno colpa mia, quando la vostra follia uccide (tecnicamente mi chiamate) le persone sotto le bombe o i vostri fratelli col piombo.
Credete che mi diverta, che rida d’innanzi ad un atto di follia come quella che mi ha costretto a portare via (via prima del primo amore e i primi baci) Charlie o Desiree?
Anzi io ero li e pregavo (e prego) che quelle mani si fermino in tempo, ma no ciechi alla violenza alla gelosia e chi sa diavolo cos’altro, colpiscono col pugnale, premono il grilletto o il pulsante, e io? Sola scendo e raccolgo ciò che voi uomini seminate. Io la mietitrice? Mietitrice di un grano non mio ma che mi costringete a trebbiare.
Cosa vi avevano fatto quei fanciulli fatti passare i comignoli ad Auschwitz? O i morti gelati nei gulash? Nulla dico io, niente dovete ammettere voi.
E con gli incidenti come la mettiamo?
Avete furia la mattina? O paura la sera quando anzi che soccorrere fare i conti con il coraggio della vigliaccheria. Basterebbe a volte fermarsi e pensare che la rabbia che provate è frutto vostro non mio, che state (quando la vostra mano) spingendo un pugnale nel petto di un uomo, uccidendolo e quell’uomo è vostro fratello, ma voi, voi no continuate imperterriti a telefonarmi a chiedere i miei servigi, e carica la falce sulla spalla e avviati dove c’è il lavoro. Quante volte ho desiderato mancare all’appuntamento! È brutto vedere, raccogliere l’ultimo sguardo di un ragazzo o di una madre o di una fanciulla… riconoscere in quegli occhi la paura di seguirmi e di lasciare tutto ciò che gli è più caro al mondo-
Ed è straziante vedere quei occhi sempre uguali che poco prima avevano assistito allo spettacolo delle loro mani, ma che ora sbarrati osservano il boia che mi ha invocato.
Non potete, no davvero, non potete immaginare lo sguardo dolce di una ragazza che perdona i suoi carnefici mentre io gli porgo la mano.
Io non sono sempre stata così, così secca voglio dire all’inizio della storia ero una bella donna (e quando consolo lo sono ancora)è il dolore che provo quando lavoro che mi consuma e divora.
Voi dite che io sono comunque quella che taglia il filo con la mia falce d’argento? E che se mi rifiutassi non morirebbe più nessuno? Quanto, quanto siete sciocchi, come se le regole della natura si potessero cambiare o meglio cancellare… “hei fatemi scendere dall’universo non mi diverto più”. Non è facile credetemi. Comunque ora devo andare, squilla il telefono, è stato un vero dispiacere parlare con voi… ci vediamo è, o si che ci vedremo.

martedì 29 dicembre 2009

Poesia ...



(1)

L’ho vista svoltare
E m’ha baciato il cuore
Ancora con l’ultimo passo

Non vale il grigio, non vale la strada
Contro la luce dei suoi sedici anni.

(2)

Soffio divino sei
Quando fluttui solare
E sfiori le mie ombre

Ecco, il miracolo è colto
La tua luce ha vinto
Vinto le mie paure
Vinto la mia guerra

Facile gioco è stato
Vincermi
Già arreso mi ero al tuo passo
Come un fanciullo
La sera fra le braccia
Della madre.

(3)

Fremi al mio tocco
Le dita…
Sul pube
Come piuma.
Lacrime
Sul mio volto
Sulle mie labbra
Come gocce d’ambrosia
Per l’anima.

lunedì 28 dicembre 2009

Rêve




24-04-03
Ognuno di noi tiene, nel profondo della propria anima, il ricordo di un tramonto che ha o che avrebbe potuto segnare il proprio destino.
Un tramonto in riva al mare è qualcosa che rapisce l’anima e se le tue dita stringono, in un laccio di carne le dita di un fanciulla può diventare un’esperienza da non scordarsi mai, qui davvero senza retorica
Beh buttiamola giù come viene!!!
Giugno! È per me il mese più bello dell’anno perché è insieme e contemporaneamente speranza d’estate ed estate e io ho un ricordo vivissimo e freschissimo da raccontare.
Erano più o meno le ventietrenta di un giugno di diciassette anni fa. Ricordo, come se fosse ieri, che spirava dal mare una brezza leggiera, la sabbia, oramai dorata, era sgombra dagli asciugamani. Teli di spugna d’ogni dimensione e colore, alcuni quadrati altri rettangolari e ancora; variopinti, stampati con figure di play-mete più o meno coperte o di robottoni giganti. Altri sin troppo austeri nei loro monocolori o sin troppo pacchiani nelle loro vesti d’arlecchino. Ma tutti insieme colpivano l’immaginazione e l’occhio di chiunque guardasse quello spicchio di spiaggia, un manto e insieme veste la ricopriva forse per nascondere le sue vergogne di donna. Ora, era quasi pudica, tutta nuda si mostrava ai due ragazzi, ed la sua vergogna la si poteva dedurre da quel rossore che sulle sue gote appariva ormai al sole morente. Solo il mio asciugamano, verde bottiglia (il verde è il mio colore preferitissimo, per dirla alla Dobby indimenticabile elfo domestico di potteriana memoria) rivestiva un pezzetto di bagnasciuga, forse quello più caro alla signora che per ringraziarmi faceva venire sino ai nostri piedi la via del sole, che nell’orizzonte si increspava ad ogni mormorio del mare. Sino a congiungersi con lo stesso dio che già per metà era sommerso nel mare.
Io portavo un t-shirt bianca, che contrastava e di molto con la pelle color del miele della mi a – allora - compagna di gioventù e le cingevo con le braccia le spalle, mentre entrambi eravamo rapiti dalla tragedia che d’innanzi a nostro occhi si stava compiendo, il sole stava per l’ennesimo giorno morendo. Più in la nei anni della mia vecchiaia, mi sono sempre chiesto se il sole è consapevole che la sua morte o la sua rinascita spira negli animi dei uomini o nei cuori degli amanti un sentimento così speciale, potente e straniante. Penso di si! Del resto alche lui ama, ma il suo amore lo consuma solo nelle eclissi.
Ad un ratto cambio posizione e mi porto alle sue spalle circondandola con le braccia avide della sua pelle e poso il mio petto alla sua schiena e il mio mento sulla sua spalla di seta. Dio mio il mio cuore “sembra il batterista di una band di metallo pesante”. Ora so questo istante sarà eternamente inciso a caratteri d’oro nelle mia memoria, una miniatura che occupa l’incipit del codice in palle umana che alla fine della strada offrirò alla biblioteca del mondo.
I nostri occhi guardano ora il sole e le sue sorelle ora altre stelle. Ci siamo abbandonati alla corrente dei nostri sentimenti ed erriamo nella selva dei nostri pensieri.
Quando deciso ormai a rischiare il tutto per tutto, appoggio le mie labbra alla sua guancia di fragola, e avide queste cercano il contatto con le sue e le rubano un bacio lungo, eterno (All’interno del momento, dell’istante che dura un guizzo di fiamma o la durata di una nota che eternamente risuona) dal sapore aspro come la vita, speziato come la speme, dolce come la gioventù e nero come la morte. E le rubano, gli colgono da quelle labbra fatali che danno vertigini ai sapienti, un bacio come una Gazza ladra ruba una anello prezioso dal porta gioie di una giovane, come una Gazza ladra rapina la fede d’amore di una novella sposa.
I miei occhi o ritmicamente; si aprono alla luce morente del sole e si riaprono su due pupille nere che mi donano la vita e si richiudono lasciandomi vedere chi sa cosa e si richiudono sulle sensazioni più… su i pensieri e i sentimenti più pulcri. Ecco il sole è morto e il suo sangue, che esce copioso dalla gola squarciata bagna il mare, tingendolo di rosso, e imprimendo nella nostra memoria questo spettacolo. E intanto le mie membra si fondono con le sue, come un fico strangolatore abbraccia per l’ultima volta il suo amante.
Tutto il nostro essere è teso a far durare, nel desiderio, per l’eternità questo istante e accoccolati come ciottoli sulla riva di un rivo, ci godiamo ogni cosa che come il frutto., nel giardino dell’eden, proibito ci viene offerto così … gratuitamente. Ora il fanciullino che nella pienezza del giorno ci aveva colti in un bacio subitaneo, già, forse dorme tra le braccia della madre ( come la mia bella si è abbandonata al mio) ora le stelle poco a poco prendono il sopravvento sul palco del mondo ed è già un altro spettacolo.
Ad un richiamo, ad un fischio fraterno, lei si alza abbandonandomi all’ebbrezza del suo profumo che per u istante ancora (la vita non fu più lunga) persiste nei miei sensi e nello spazio che già fu suo. E io solo allora mi sveglio nella pienezza del giorno, in una spiaggia non mia e da me respinta con violenza inaudita, vorrei ma so che non posso, riprendermi il mio sogno, facendomi portare per mano e congiuntamente si fa spazio nel mio pensiero il bisogno di lei: avere lei, qui ora con me. Ma in quel lontano 1986 non era, non mi era concesso sperare nel suo amore e passavo il succo della mia vita a sciogliermi in malinconie vivissime … come ora del resto.

Descrivere

Dicono i poeti che esistono due tipi di persone,
quelle che vivono
e quelle che osservano vivere
e che parrasitando la vita, descrivono.

Il cielo terzo pulito come solo una giornata di fine Giugno sa regalare,
il sole è caldo e la spiaggietta tropicale è presa d’assalto dalla turba domenicale, che in questo periodo di magra fa di ferie solo il Week end e alla fine della giornata ritornano tristi e arrossati alle loro case cittadine, a Firenze o più facilmente Milano e Torino. Ciò vuole dire che verso le diciotto pomeridiane la spiaggietta si svuoterà, perché questa piccola perla è frequentata solo da stranieri, giullari, Aedi e vacanzieri squattrinati, massesi? no neanche a parlarne “almeno al mare non facciamo i pezzenti”, infatti sono tutti concentrati nella spiagge private.
Meglio per me che durante la settimana mi godo il mio angolo di paradiso.

Descrivere è un po’ come morire, un soggetto lo svisceri magari in una cinquantina di pagine e alla fine ti accorgi che un granello della tua anima si è staccata da te e si è depositata, lieve come granello di polvere, per sempre tra quelle pagine oramai non più bianche.
Sono al mare sdraiato di pancia, sto osservando annoiato alcune scene, quando ad un tratto la mia attenzione viene calamitata da una ragazza, sola. È un po’ imbronciata ed è questo che la rende semplicemente divina. Capelli liberamente sciolti nel vento, di un colore nero lucente, ha lo sguardo perso nell’orizzonte, è seduta e le mani sono intrecciate mentre le braccia racchiudono le gambe incrociate e rannicchiate al petto, gli occhi scuri forse neri ma è difficoltoso valutarli in quanto nascosti sotto gli occhiali da sole (più tardi constaterò un bel colore acquamarina, sfacciatamente belli e vivi), pelle d’ambra, un costume scandalosamente bianco (chissà quando entra in acqua cosa succede), e quelle rade (come i denti di un centenario) volte che sorride mette in mostra una dentatura perfetta, labbra rosse, naturali naturalmente, un seno che a occhi e croce fa parte delle banda della terza, sodo come mi aspetterei in una ragazza di diciott’anni o poco più.
Si è alzata forse la calura la costringe a fare una puntatina al bar, per un ghiacciolo o un Estathè gelato ed è qui che tutti si girano, ha un bel fisico, non atletico, insomma tipo spalle larghe da nuotatrice, ventre piatto e tartarugato da fanatica dello steep, e cosce muscolose da podista, ma un semplice fisico perfettamente armonioso nei sui tratti, con tutte le sue curve al posto giusto, ecco forse (se troppe curve, infatti non la sto osservando solo io, ma anche varie persone fra cui una sbrancata di ragazzi sicuramente suoi coetanei, sbrancata che in verità già si era accorta di questo miracolo, e un branco di vecchie bavose, che solo ora invece si è oculato di quel bocconcino prelibato e approfittando delle varie distrazioni di mogli o figlie o chissà cos’altro osservano con sguardo tra il critico e l’allupato la fanciulla, la quale, ben inteso, si è resa conto degli sguardi, quasi tutta la spiaggia la sta osservando, ma sta al gioco o più è facile che non gli interessi nulla.
Un bel sfondo schiena, si veramente notevole, probabilmente se Canova avesse avuto questa ragazza (di cui non scoprirò mai il nome) al posto di Paolina Borghese avrebbe usato lei per modello della mitica statua.
Intanto le mogli o le figli o chissà cos’altro, si sono avvedute che i mariti stanno sbavando dietro quella ragazza e riportano all’ordine i vari congiunti, beh la gelosia fa brutti scherzi.
E poi via tra loro e il miracolo non c’è proprio gara, vuoi per l’età, vuoi per il diverso destino che proprio fisicamente gli è toccato, o per la leggiadria che ad alcune di queste proprio manca e che invece nell’angelo abbonda. Sembra di rivivere la canzone di De Andrè “Bocca di rosa” la gelosia fa proprio brutti scherzi, come brutte sono ora quei volti delle donnine che deformati dal sorriso di disgusto provocato dall’incedere rigogliosamente corroborante per gli occhi ormai avvezzi alla vista di carni non putrefatte ma sicuramente pesanti delle mogli, sono, dicevo ancora più brutti.
In realtà ci sono vecchie e sagge nonne che gli sorridono forse perché pensano al nipote (a cosa farebbe se fosse qui, intendo) o che forse leopardianamente ricordano la loro età più bella quando scoccato il momento facevano girare la testa a parecchi giovini. Ed è a queste sagge nonne, che sanno che c’è un frutto per ogni stagione, che lei risponde di rimando con un sorriso.
È tornata alla sua postazione e con il coraggio che probabilmente gli è proprio, regge tutti gli sguardi mentre birichina sugge un ghiacciolo alla menta.
Ecco il primo ragazzo incoraggiato dai fischi e dalle risate di scherno dei compagni, si avvicina per tentare un approccio alla fanciulla, mentre i vecchi non potendo reggere la concorrenza e fare altrettanto si ritirano dal gioco, sconfitti e imusoliti dallo scorno, e si accontentano di osservare, qualcuno di loro scuote la testa qualcun altro sconsolato si rimette sotto l’ombrellone a leggere per l’ennesima volta il giornale con le solite notizie di stamane mattina (guerre e paci, tentati omicidi, rapine mano armate e non, e scherzi del destino).
Ma il conquistatore fallisce la prova in quanto l’angelo non vuole essere disturbato, e si allontana dall’amato pezzetto di spiaggia (che per inciso era assai vicina alla battigia). Altri ci provano ma senza risultato, la bella misteriosa è una roccaforte inconquistabile.
I vecchi possono tirare di grosso, verso quei giovani, in quanto vendicati dalla fanciulla si sentono autorizzati a fare commenti sull’incapacità dei giovani d’oggi anche, ahimè (dicono) nel conquistare il gentil sesso.
Ma si alza una seconda volta, e con passo fermo si dirige verso il mare, si bagna fino al ginocchio, annusa l’acqua come se l’odore salmastro la confortasse, si spruzza il ventre, forse ha un brivido o forse è la mia vista che mi tradisce, certo che queste immagini rimarranno sempre prigioniere dei miei occhi, e infine quando è acclimatata si tuffa con repentina agilità, probabilmente per ristorarsi dalla calura. Nella mia mente si fa spazio un’idea divina: e se fosse una sirena che ritorna nel suo elemento dopo aver provato che l’uomo è un animale vile e incongruente? L’idea mi intriga ma rivedendola riemergere dal suo divino amante capisco che è proprio una donna e non una sirena, e pure, mi dico, col canto del suo silenzio ha già conquistato tutti. Il costume bianco intanto è rimasto tale, visibilmente è di quella razza di costumi che non cangiano le loro proprietà se bagnati, ringrazio il cielo e più bello immaginare.
Ma salendo sino al suo asciugamano, mette un piede in fallo (sarà quello di cenerentola?) e in suo soccorso accorre una mano, quella di un ragazzo salvatore che trattenendola dal capitombolo non immagina che in questo istante parecchie fantasie lo vogliono morto. E nemmeno immagina (ma forse lo spera) che la fanciulla lo ringrazierà premiandolo con un sorriso che qui e ora vale una vincita al superenalotto.
Sono li che chiacchierano del più e del meno e lì, li lascio sicuro come sono che a loro basterà (per non sentirsi soli) la loro stessa compagnia.
Mi rigiro mostrando il volto al sole, e pensando che in fondo il vecchio adagio che vuole solo i belli baciati da Elio, non è poi in fondo così vero. Beh perché io abbronzato lo sono. M’infilo le cuffie dell’i-pod nelle orecchie (e se potessi anche più indentro, io modo che la musica mi arrivi direttamente al cervello)
L’accendo e premo sul comando “casuale”.
La prima canzone che mi si presenta è un pezzo di Simon And Garfunkle “The Sounds Of Silence”. Ritenendola adatta alla situazione mi accingo ad ascoltarla, certo so che il silenzio ha una sua musica, già Mina l’aveva cantato questo silenzio, ma devo dire che poi questo ozioso signore non è poi tanto all’altezza della sua fama, perché a volte urla e urla forte, tanto forte da portarti alla pazzia.
Comunque mentre sto in codesto stato, un bimbo mi bagna correndo con il secchiello pieno d’acqua, risvegliandomi dal torpore che la micidiale combinazione (musica più sole più ore di arretrato di sonno) mi aveva condannato. L’acqua del secchiello, ne ero fermamente convinto, proveniva dal polo nord o da quello opposto, in quanto mi ha segato la buzza come un coltello da macelleria. Non è, col senno di poi c’ero arrivato anch’io, che l’acqua fosse gelata o che ne so, che dinnanzi alla spiaggietta ci fosse in sosta un iceberg, solo che dopo ore di sole anche il brodo di pollo (che d’inverno, ma non a Massa, fa tanto comodo con i vari raffreddori) sembra gelato.
Mi alzo di scatto, il bimbo essendo un po’ più furbo della media si accorge di questo mio movimento repentino e chiede scusa.
All’improvviso mi sorprendo a pensare alla copertina di un settimanale molto famoso, sulla stessa copertina (a parte le cazzate di sempre, come per esempio il nuovo fidanzamento della velina X col calciatore Y) c’era una foto di un bambino iracheno, vivo ma irrimediabilmente sfigurato da bruciature che gli ricoprivano l’ottanta percento del corpicino martoriato e fotografato, bruciature sul viso, sul petto, sulle mani e sul ventre, e qui mi fermo, non perché non potrei continuare a descrivere, ma perché semplicemente la foto era a mezzo busto. Ma il perché mi è venuto in mente in quel momento è per me un vero mistero, comunque il bambino che mi aveva bagnato assomigliava quasi nulla al piccolo iracheno (penso che fosse di Bassora visto che il giornalista nell’articolo stava parlando di quella città) se non il fatto che è un bambino. Di lui ignoro tutto, non è che invece del piccolo attentatore alla mia tranquillità so qualcosa, del piccolo iracheno ignoro il nome, ignoro addirittura se in quell’attacco ha o non ha perso i propri cari, e infine ignoro cosa preferisse mangiare o come amava giocare, una cosa però è certa se si vuole impedire di giocare a dei bambini, la guerra è un’invenzione micidiale. Quel cucciolo ha il diritto di poter giocare al pallone o di fare ciò che vuole, esattamente come il bambino che io ora ho davanti. Diritto che la guerra gli ha strappato. Comunque è un flash e brontolando come solo Brontolo sa fare e ormai alzato dall’asciugamano, decido che è arrivato il momento di fare il bagno.
Quindi come un vero esploratore prendo la maschera e le pinne, ma ancora prima chiedo a una di quelle vecchie bavose se può per una mezz’oretta guardarmi la mia roba, dopo aver ottenuto un si, forse più distratto del dovuto in quanto sempre concentrato (la bavosa) sul miracolo e sul santo che ne sta godendo, mi accingo all’immersione. Mi bagno con la calma pachidermica di cui solo io oggi sono capace, poi, accorto come sono bagno la maschera, prima la gomma del laccio poi il vetro e infine spazientito l’infilo tutta nell’acqua.
Un tuffo di prova e dopo calzo le pinne, anch’esse bagnate, guardo se sono fissate bene e con uno scatto bradipesco mi tuffo definitivamente e con l’intenzione di arrivare a nuoto sino all’Elba o poco più su, do i primi calci al mare. Ma subitamente torno indietro infatti mi sono scordato la macchina fotografica, quindi ritorno su i miei propositi, ma c’è qualcosa che attira il mio sguardo, una seconda volta.
Il fanciullino che mi aveva bagnato, sta giocando quasi a tre metri dall’acqua, con secchiello e paletta, costruisce con perizia certosina il più classico dei castelli di sabbia (mura quadrate e in ogni angolo una torre tonda) con lui c’è una bambina, forse entrambi nella somma non arrivano, con l’età intendo, alla terza media.
Stanno parlottando e ridendo tra loro ad un certo punto lei gli si fa più vicina e cogliendolo di sorpresa lo bacia sulla bocca, senza lingua, un bacio casto (ma, quale bacio in verità è casto, mi chiedo spesso).

VIDI ARROSSIRE UN GIORNO IN UN GIARDINO
FANCIULLI. E LE FANCIULLE PIU' SICURE
DI SE' GIA' SORRIDEVANO ALLA VITA.

Lui sorride e lieve si gode per l’eternità l’estasi del suo primo bacio, e il sapore del sale di quelle lebbra che un giorno proveranno ciò che ora hanno solo pregustato. È come quando l’esperto vignaiolo assaggia il primo chicco d’uva e nonostante sia amaro già si è accorto che quella sarà un’ottima annata.
I genitori lasciano correre, ma di ben altro avviso saranno tra un po’ d’anni, di fronte alla stessa scena, vorrei esserci per godermi la tragedia di stampo napoletano che irrimediabilmente scaraventerà i due virgulti all’inferno, facendogli credere che ciò che la natura, gli ormoni o chissà cos’altro, starà reclamando, sarà il richiamo di Satana dall’inferno.
Per ora ignari si godono il primo assaggio, e io con loro. Ma il mare mi reclama e con un sorriso inebetito dal coraggio della bambina m’immergo in un mare cristallino e senza accorgermene ho già tralasciato ogni pensiero su i due bambini, sul miracolo e sulle vecchie bavose, ho già abbandonato i ragionamenti su tasse, scuola, ragazze (o se fossi ragazza, ragazzi), che un attimo prima dell’immersione o molto prima, mi assillava, ma che ora durante l’immersione ho completamente e subitamente dimenticato (certo ho nella bocca come un retrogusto d’Amarone lasciatomi da ciò che stavo un attimo prima osservando) subitamente per seguire quel polpo che ho intravvisto in mezzo agli scogli, o il fondale sabbioso da cui (grazie alla mia rinomata leggiadria nel muovermi) può saettare una sogliola nascosta tra le sabbie o un gamberone che con direzione contraria la suo sguardo, scappa da quel pachiderma che con maschera e pinne segue l’andare del terreno che ora sale con dune leggere o scende con avvallamenti improvvisi, pachiderma che fra l’altro armato di macchina fotografica (o fucile subacqueo), vorrebbe catturare, il polpo o la sogliola.
Per questa volta la fauna ittica può tirare un sospiro di sollievo, già, perché la caccia è solo platonica, ma per sicurezza (che non fa mai male) tutto ciò di vivo che incontro (i vecchi scarponi non valgono ne le barche che malinconicamente incontro sul fondo e che offrono riparo a più specie), scappa a pinne o zampette levate. Ma io con la macchina (questione di un click) sono più veloce e dunque finiranno anche loro nella mia collezione.
Satollo di caccia, riemergo, ho la pelle cotta e questo e indice che ho passato in acqua ben più dell’ora che mi ero prefissato.
Torno all’asciugamano, la vecchia bavosa a cui avevo affidato la mia roba non mi nota nemmeno, ciò mi incoraggia a non chiedergli se qualcuno si è o no avvicinato al mio zaino, comunque, getto o lancio alla rinfusa tutto ciò che in questo elemento non mi serve e vado a farmi una doccia.
Ebbene e li che incontro il terrore della Spiaggietta.
Le chiamano le tre cozze e non perché siano brutte (anche se Caravaggio le avrebbe lasciate volentieri a casa, magari coperte con delle lenzuola, a uso di vecchio poltrone sfondate, e sfondate lo sono davvero), ma perché sono sempre insieme. La Niña, la Pinta e la Santa Maria, sono in definitiva le più grandi smerigliatrici di maroni che ci sono in loco.
Spettegolano su tutto, ma la cosa che più amano sono i fatti di cronaca NERA. Il loro argomento preferito quest’anno è la Franzoni, è o no stata lei a uccidere il figlio?
No, guardate secondo me (visto che li, e i carabinieri ne sono assolutamente sicuri, non c’è entrato nessuno, a parte lei) si è suicidato, è risaputo che a tre anni uno è già stufo della propria vita, ha preso la statua in pietra (ora non ricordo che tipo di pietra era) e si è dato tutte quelle botte sulla testa finche non si è accasciato a terra, ed è li che sua MADRE lo ha trovato.
Comunque se si limitassero a chiacchierare e basta uno le eviterebbe, invece pretendono che tu li ascolti e che tu intervenga nelle loro elucubrazioni e non le puoi proprio bay passare in quanto fanno comunella nelle vicinanze delle docce e per andare alle stesse le devi per forza affrontare. Oggi non ne ho voglia e ritorno al mio posto, pazienza farò la doccia più tardi.
La Spiaggietta è da sempre un circo, nel senso che ci puoi trovare ogni tipo di umanità.
Infatti ci sono due ragazzi che stanno affrontando i preliminari li dove si trovano, tra la sabbia il cielo e il mare, se fossero dei generi giusti, (cioè maschio e femmina) potrebbe essere anche interessante, ma sono due giovani maschi, cioè dello stesso genere, ergo gay, omosessuali o detto alla toscana frustoni.
Non è che la cosa a me personalmente dia fastidio, già altrove ho detto come la penso e non voglio ritornarci sopra (anzi no, per lo meno questi due giovani tedeschi hanno il coraggio di affrontare il mondo e il suo falso moralismo, mentre altri hanno preferito la morte, anzi che la gogna della normalità).
È che, già vedo le occhiatacce dei bagnanti, le madri allontanano i propri pulcini, e i vecchi brontolano, mentre i giovani etero li prendono per il culo a tutto spiano, ma finalmente il paladino della morale pubblica (cioè il vecchio Pillade, e cioè il bagnino più rincoglionito del pianeta), interrompe la coppia e riporta tutto all’ordine.
Torno ancora una volta al mio asciugamano lo sbatto un poco per togliergli la sabbia, lo rispiano sulla spiaggia e mi ci sdraio sopra.
Già che ci sono controllo il miracolo, noto che non c’è, forse, penso tra me e me, se ne è andata e notando che non c’è più la sua roba ne quella dell’angelo che la salvata, aggancio la mia ipotesi alla realtà e prendendo atto di ciò, guardo altrove.
Ad un certo punto vengo salutato da Marco un pensionato, il quale fatto ciò ritorna a chiacchierare con altri due vecchietti.
Marco ha lavorato per ben 60 anni (ebbene si ora ne ha quasi 90, solo la Tetè lo supera con i suoi 106 anni) in una sua cartoleria e io quando ero piccolo passavo li intere giornate, a cercare chissà quali tesori, ora non ricordo, nelle sue nicchie più buie e per questo ai miei occhi le più interessanti.
Mi avvicino e faccio un po’ di conversazione. Passa il tempo si invecchia, ma la ciccia baffina rimane l’argomento per eccellenza, infatti stì tre ottuagenari di cosa stanno parlando? Stanno parlando di due topless appartenenti, ebbene si! spinto dai tre moschettieri sono andato a conoscerle, a due ragazze francesi che per levarvi la curiosità la sera stessa partivano per l’Elba e quindi non ho potuto (con enorme disappunto mio e dei tre vecchi) portarle fuori a cena.
Dopo parecchi minuti che passai a conversare amabilmente con le due francesi, che se non ricordo male, provenivano da Parigi, e incassato il due di picche, tornai dai tre moschettieri che avidamente mi stavano aspettando per conoscere le nuove, e venuti a sapere della mia disgrazia (cioè il fatto che non avrei, come avrei invece voluto, accompagnato a cena le due fanciulle) mi salutarono con una pacca sulla spalla come si fa con vecchi commilitoni, o compagni di giuochi, e ripresero il cammino verso casa, dove i parenti li stavano sicuramente aspettando.
Io invece sconsolato tornai al mio asciugamano, e tuffato la mano nel mio zaino, preso l’unico libro che li si trovava e iniziai a leggere avidamente, ma ciò successe dopo che mi accorsi che il miracolo con il suo salvatore non c’erano più.
Urca quando leggo non ci sono per nessuno, infatti quando (parecchi capitoli dopo) alzai di nuovo lo sguardo mi accorsi che si era quasi fatto tardi, e così iniziai a preparami. Ma proprio quando iniziai a piegare l’asciugamano mi chiamò Francesca la quale stava cercando qualcuno che facesse il bagno serale con lei, beh se non ricordo male l’idea non mi dispiacque perché il bagno lo feci , così come mi tratteni con lei almeno sino alle ventuno, a cosa fare? Nulla di ciò che potrei raccontare su queste pagine, quindi…..