
Non hai vergogna per quel che fai?
No, non ho vergogna, anzi vi dirò di più; non è nemmeno colpa mia, è un lavoro come un altro e io ne farei volentieri a meno, preferirei invero solo deporre sulle lapidi nei cimiteri o sulle colline, gigli bianchissimi per alleviare il canto dei morti e le speranze dei vivi, ecco cosa preferirei fare.
È la vostra follia anzi a costringermi ad ogni ora a recidere i fili della vita di creature, creature che amo, che amo come i bambini o i ragazzi che ripeto lasciano le loro case e i loro cari non per colpa mia ma per la vostra follia.
Già è triste vedere sbiadire poco alla volta le persone che si amano e che la danza degli anni, tremenda danza, invecchia ma credetemi io volentieri porterei via solo loro (già quante volte col mio flauto ho accolto i sorrisi sdentati delle anime che a me venivano accompagnate nel loro ultimo viaggio). Loro che non potendo più sopportare il peso della vita, si sentono stanchi e vogliono riposare. Loro che finalmente vedono il loro vascello giungere in porto, e ben felici acconsentono di farsi guidare da me verso una nuova avventura.
Ma se le mine esplodono e uccidono o mutilano i fanciulli, è forse colpa mia? No! e non provate a darmela perché io non perdono chi mi ferisce.
E non è nemmeno colpa mia, quando la vostra follia uccide (tecnicamente mi chiamate) le persone sotto le bombe o i vostri fratelli col piombo.
Credete che mi diverta, che rida d’innanzi ad un atto di follia come quella che mi ha costretto a portare via (via prima del primo amore e i primi baci) Charlie o Desiree?
Anzi io ero li e pregavo (e prego) che quelle mani si fermino in tempo, ma no ciechi alla violenza alla gelosia e chi sa diavolo cos’altro, colpiscono col pugnale, premono il grilletto o il pulsante, e io? Sola scendo e raccolgo ciò che voi uomini seminate. Io la mietitrice? Mietitrice di un grano non mio ma che mi costringete a trebbiare.
Cosa vi avevano fatto quei fanciulli fatti passare i comignoli ad Auschwitz? O i morti gelati nei gulash? Nulla dico io, niente dovete ammettere voi.
E con gli incidenti come la mettiamo?
Avete furia la mattina? O paura la sera quando anzi che soccorrere fare i conti con il coraggio della vigliaccheria. Basterebbe a volte fermarsi e pensare che la rabbia che provate è frutto vostro non mio, che state (quando la vostra mano) spingendo un pugnale nel petto di un uomo, uccidendolo e quell’uomo è vostro fratello, ma voi, voi no continuate imperterriti a telefonarmi a chiedere i miei servigi, e carica la falce sulla spalla e avviati dove c’è il lavoro. Quante volte ho desiderato mancare all’appuntamento! È brutto vedere, raccogliere l’ultimo sguardo di un ragazzo o di una madre o di una fanciulla… riconoscere in quegli occhi la paura di seguirmi e di lasciare tutto ciò che gli è più caro al mondo-
Ed è straziante vedere quei occhi sempre uguali che poco prima avevano assistito allo spettacolo delle loro mani, ma che ora sbarrati osservano il boia che mi ha invocato.
Non potete, no davvero, non potete immaginare lo sguardo dolce di una ragazza che perdona i suoi carnefici mentre io gli porgo la mano.
Io non sono sempre stata così, così secca voglio dire all’inizio della storia ero una bella donna (e quando consolo lo sono ancora)è il dolore che provo quando lavoro che mi consuma e divora.
Voi dite che io sono comunque quella che taglia il filo con la mia falce d’argento? E che se mi rifiutassi non morirebbe più nessuno? Quanto, quanto siete sciocchi, come se le regole della natura si potessero cambiare o meglio cancellare… “hei fatemi scendere dall’universo non mi diverto più”. Non è facile credetemi. Comunque ora devo andare, squilla il telefono, è stato un vero dispiacere parlare con voi… ci vediamo è, o si che ci vedremo.

Nessun commento:
Posta un commento